I corridoi del terzo piano odoravano di disinfettante al limone e di fiori lasciati appassire nelle pattumiere. Era un odore denso, che si attaccava ai vestiti come l'umidità.
Giacomo avanzava senza fretta, reggendo con il gomito piegato un vaso di vetro avvolto nella carta da pacchi e un mazzo di rose bianche. Nella tasca interna della giacca, un sacchetto di plastica sigillato premeva contro il suo costato.
Fuori dalla stanza 304, la madre di Lorenzo era seduta su una sedia di plastica blu. Teneva un taccuino sulle ginocchia e aveva le occhiaie scavate, violacee. Quando alzò lo sguardo e lo riconobbe, la sua espressione si illuminò di una gratitudine fragile.
«Giacomo, sei di nuovo qui». Si alzò a fatica, sistemandosi i capelli con un gesto automatico. «I tuoi compagni sono venuti solo la prima settimana. Tu, invece, vieni ogni due o tre giorni. Se sapessi quanto mi conforta. Specialmente sapendo che tra voi due…insomma, gli insegnanti mi avevano detto che nell'ultimo periodo avevate avuto qualche attrito».
Attriti. Giacomo piegò le labbra in un sorriso composto, un'inclinazione appena accennata che negli ultimi due anni aveva imparato a perfezionare davanti allo specchio.
«Cose da ragazzi, signora. Lorenzo aveva…ha un carattere forte, ma siamo compagni di classe da quattro anni. Ci tenevo a portargli questi». Sollevò leggermente il mazzo di fiori.
«Sei un angelo». La donna gli carezzò una mano; aveva la pelle fredda.
Si strinse un po’ nelle spalle, rabbrividendo, quasi avesse avvertito sino in profondità quella differenza di temperatura. «Vado a prendere un tè al distributore. Resta pure tutto il tempo che vuoi».
Giacomo aspettò che i suoi passi si allontanassero lungo il corridoio, poi abbassò la maniglia ed entrò.
La stanza era immersa in una penombra fredda e azzurra. Il suono dominante era quello del respiratore: un soffio sibilante, una pausa di due secondi, quindi il bip metallico del monitor cardiaco. Sul letto, Lorenzo non somigliava più al ragazzo di un metro e ottantaquattro che riempiva i corridoi della scuola con la sua risata grassa e le spalle troppo larghe. Era diventato un involucro immobile, attraversato da tubi che gli entravano nelle narici e nella gola, con la pelle del viso del colore della cera spenta.
Giacomo si avvicinò e appoggiò il vaso sul comodino di metallo. Accanto al cuscino c'erano un rosario di legno e una fotografia di classe dell'anno precedente. La fissò per qualche istante: Lorenzo era al centro, con un braccio stretto attorno al collo di un compagno e i denti scoperti nel solito sorriso aggressivo. Giacomo compariva nell'angolo in alto a destra, con mezza testa tagliata fuori dall'inquadratura e gli occhi bassi. Sfilò le rose dalla confezione.
Tra i gambi verdi e solidi ce n'era uno che aveva preparato la sera precedente, a casa, servendosi di un attrezzo da modellismo. Aveva eliminato le foglie inferiori e affilato le spine più grandi fino a renderle simili ad aghi. Mentre riempiva il vaso con l'acqua della caraffa, il rumore del liquido gli riportò alla mente la pioggia scrosciante di tre settimane prima.
Non era stata una bravata, come aveva scritto la gazzetta locale. E non era stata una casualità nemmeno come avevano sostenuto i carabinieri, che avevano parlato di «tragica fatalità in un'area dismessa».
L'area in questione era la vecchia fornace dietro lo scalo merci. Tre volte alla settimana, Lorenzo e gli altri due del suo giro lo aspettavano lì dopo gli allenamenti di basket. Non volevano soldi, volevano umiliarlo; un martedì gli avevano fatto ingoiare due sigarette spente, un altro giorno lo avevano costretto a spogliarsi fino alla biancheria intima, filmandolo con il telefono mentre gli ordinavano di chiedere scusa per il fatto di essere «così patetico».
Giacomo rimase immobile davanti al comodino, con una mano ancora immersa nell'acqua del vaso. La sera di ventitré giorni prima, però, gli altri se n'erano andati prima che Giacomo facesse capolino, infreddoliti e intirizziti per la pioggia battente. Era rimasto soltanto Lorenzo che, al suo arrivo, gli aveva strappato il telefono dalle mani lanciandolo oltre la balaustra arrugginita del secondo piano della fornace, dove le passerelle di metallo si affacciavano sul serbatoio di accumulo di argilla.
«Se lo vuoi, vai a prenderlo, verme». Lorenzo lo aveva trascinato per la collottola verso il buio spalancato del serbatoio vuoto. «Dai, striscia. Vediamo se ti ricordi come si fa».
Quando si era sporto per assestargli un'ultima pedata sulle reni, ridendo, Giacomo non si era piegato. Aveva avvertito il peso di Lorenzo sbilanciarsi all'indietro sulla grata viscida di pioggia e muschio. Con un movimento secco, un riflesso privo di rabbia, aveva afferrato il risvolto dei suoi pantaloni all'altezza della caviglia e aveva tirato, amplificando lo spostamento di baricentro.
Era durato un secondo, giusto il tempo di vedere la sorpresa negli occhi del bullo mentre il suo equilibrio veniva meno. Poi un tonfo sordo, otto metri più sotto, contro le travi di ferro e la ghiaia.
Non aveva sentito nessun urlo, solo il rumore scrosciante della pioggia. Giacomo era sceso con calma, aveva trovato il proprio telefono poco distante dal punto in cui era caduto e si era precipitato in strada. Lì aveva cominciato a piangere e a gridare aiuto alla prima auto di passaggio. Rievocandola nella memoria, era stata un'interpretazione impeccabile.
Un bip acuto del monitor lo richiamò al presente.
Giacomo estrasse dalla tasca interna la busta di plastica e ne rovesciò il contenuto sul comodino. C'erano tre oggetti disposti con cura: una boccetta di vetro scuro contenente terra della fornace mescolata a polvere di canfora, tre candele di cera d'api ritorte e una striscia di pergamena vegetale sulla quale aveva tracciato una sequenza di sigilli con la china.
Non era un gioco da ragazzini: da quindici giorni studiava vecchi testi e forum riservati, cercando le corrispondenze necessarie per realizzare quello che aveva scoperto chiamarsi “legame di contenzione”. Se la medicina moderna non poteva garantirgli che Lorenzo sarebbe rimasto in quell'incubo sospeso per sempre, ci avrebbe pensato il rituale.
Prese la rosa preparata e premette il pollice con forza contro la spina più lunga: la pelle cedette con un piccolo schiocco asciutto. Una goccia di sangue scuro emerse sul polpastrello. Giacomo la raccolse e la strofinò sulla pergamena, proprio al centro del sigillo principale.
Poi si chinò sul letto; Lorenzo era completamente inerte. Gli prese la mano destra, quella stessa mano che tante volte gli si era chiusa sulla nuca, e la aprì con delicatezza. La pelle era calda ma flaccida, priva di tono muscolare. Giacomo premette lentamente la stessa spina contro la base del suo dito. Quando la punta penetrò per qualche millimetro, il corpo del ragazzo non ebbe alcun sussulto, ma una goccia di sangue affiorò sulla pelle pallida. Giacomo raccolse anche quella con il bordo della pergamena, sigillando il contratto.
Sangue della vittima, sangue del carnefice. Il patto doveva chiudere il suo cerchio, riportavano i libri antichi che aveva consultato.
«Unione di carne, immobilità di pietra», mormorò rapido, quasi coperto dal sibilo del respiratore.
Piegò la pergamena in quattro e la infilò sotto il materasso antidecubito, esattamente in corrispondenza della spina dorsale di Lorenzo. Lì sarebbe rimasta, schiacciata dal peso inerte del suo stesso corpo.
Aprì quindi la boccetta e ne versò una piccola quantità sul fondo del vaso, tra i gambi delle rose. L'acqua limpida si intorbidì all'istante, trasformandosi in un fango grigio e denso che risalì lentamente verso le radici tagliate. Infine prese le tre candele: non era necessario che bruciassero. Le spezzò in tre punti ciascuna, riproducendo la frattura del midollo spinale, e le affondò nella terra bagnata del vaso.
Il rituale era completo: la gabbia di Lorenzo era chiusa.
Finché le rose fossero rimaste immerse nell'acqua fangosa della fornace e la pergamena avesse continuato ad assorbire il calore della schiena di Lorenzo, la sua mente sarebbe rimasta intrappolata in un limbo tra la vita e la morte: cosciente nel buio, ma incapace di muovere anche un solo muscolo, di parlare o di rivelare il suo segreto.
Giacomo si chinò sul viso del ragazzo. L'odore della sua pelle era cambiato: non più il profumo al pino o il sudore delle partite, ma un aroma metallico di farmaci e stasi. Piegò la testa fino a sfiorargli l'orecchio sinistro.
«Tutti pensano che io venga qui per pregare che tu ti svegli, Lorenzo». Scandì ogni sillaba con una calma imperturbabile. «I professori, tua madre, i carabinieri… Ma ogni volta che vengo, spingo la chiave della tua gabbia un giro più a fondo. Tu mi senti, vero?».
Sul monitor, la linea verde ebbe un'improvvisa fluttuazione. Il ritmo dei battiti accelerò: bip-bip-bip-bip; la pressione registrò un picco. Le palpebre vibrarono per un istante, come se cercassero disperatamente di spalancarsi, ma il rituale le tenne sigillate.
Giacomo sorrise, poi si raddrizzò, si coprì le mani con le maniche del maglione per nascondere il taglio sul pollice e prese un fazzoletto dalla tasca. Pulì accuratamente il comodino, eliminando ogni traccia di terra e polvere, infine ripose gli oggetti rimasti nel sacchetto.
Quando aprì la porta, la madre di Lorenzo stava tornando lungo il corridoio con un bicchiere di carta fumante in mano.
«Fatto tutto, Giacomo?». Lo guardò con gli occhi colmi di una stanca tenerezza.
«Sì. Gli ho sistemato i fiori e gli ho parlato un po'. Dicono che chi è in coma riesca a sentire la voce di chi gli vuole bene».
La donna si asciugò una lacrima con il dorso della mano libera. «Sei un ragazzo d'oro. Lorenzo è fortunato ad averti come amico».
La salutò con un cenno garbato e si avviò verso gli ascensori. Aveva già premuto il pulsante di chiamata quando si voltò, rivolgendosi ancora alla madre di Lorenzo, alzando la voce per farsi sentire.
«Tornerò presto a trovarlo, signora, glielo prometto».